Irene

di Nino Martino


Appena uscito, subito acquistato e letto in tre giorni (evidentemente si fa leggere), Irene è un romanzo di fantascienza molto particolare, si potrebbe dire filosofico. Un passo avanti rispetto ai robot di Asimov, proiettato verso il futuro a partire dalla nostra realtà quotidiana in cui chiamiamo il telefonino e l’automobile e una strana scatolina posata sul comò con un ‘Ehi!”, Martino immagina delle missioni di esplorazione spaziale in cui all’astronauta (non “gli astronauti” per economia di risorse) venga affiancata un’intelligenza artificiale molto evoluta, atta a provvedere a tutte le esigenze pratiche, ma soprattutto ai bisogni personali di un uomo solo su un pianeta alieno (o donna, oltre alle Irene ci sono anche i Frederick). Ci sono molte reminiscenze, a partire dall’atmosfera rarefatta e studiatamente poco descritta (nessun bisogno di dire come siano fatte la base o l’astronave a bolla o la comunicazione basata sull’entanglement), che mi hanno ricordato Solaris o Moon, per proseguire con il personaggio di Irene, evidentemente figlia di certi personaggi di nome HAL 9000 o Daniel R. Oliwaw/Eto Derzemel, per citarne due poco noti. I temi cardine, i limiti dell’intelligenza artificiale o il loro superamento, la capacità di riconoscere e affrontare con senso di civiltà eventuali forme di vita aliene e la costante presenza dei ‘social’, sono trattati con grande intelligenza, senza inutili spiegazioni, e inducono a ulteriori riflessioni sul futuro di questa umanità proiettata verso lo spazio da visionari del calibro di Elon Musk e sempre più connessa e accompagnata ‘diavolerie che fanno cose al posto nostro’. Non so se ‘Irene’ sia un capolavoro o sia grande fantascienza, è tutto troppo recente per formulare giudizi definitivi, ma la sensazione che mi ha lasciato è molto, molto positiva in tal senso. Di certo è fantascienza di ampio respiro, che non sente bisogno di americanismi e affronta temi attuali e universali in modo interessante, fornendo risposte abbastanza complete da risultare soddisfacenti, ma non così tanto da chiudere al porta a ulteriori speculazioni. Fanta-filosoficamente ben dosato, quindi, e assolutamente da leggere per chiunque apprezzi la letteratura speculativa.


Fino a che punto siamo disposti a fidarci di un essere artificiale? Il romanzo vincitore del Premio Odissea 2020. Quello dell’esploratore spaziale è un mestiere solitario. Ma un uomo non può viaggiare anni di pianeta in pianeta senza nessuno con cui confrontarsi. Così viene fornita un’intelligenza artificiale, una vera e propria compagna tra il virtuale e il reale, capace di gestire tutti gli aspetti tecnici della nave e di relazione umana con il suo occupante. Ma Irene è qualcosa di più. Non solo: diventa qualcosa di più ogni giorno.
E allora la domanda che Roberto dovrà porsi, mentre si trova, da solo, su un lontano pianeta alieno ad affrontare un possibile primo contatto con un’altra civiltà, fino a che punto può fidarsi della sua compagna.

Ti piace? Condividilo!
Twitter
Visit Us
INSTAGRAM
RSS